13 Agosto 2022
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Arte & Cultura

Il canto e la musica nella liturgia

di Marco Intravaia, organista titolare del Duomo di Monreale

“Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio, dolce è lodarlo come a Lui conviene” (Sal. 146,1)

Cantare è per l’uomo una maniera di donarsi per essere più vicino a Dio e agli altri. Nella liturgia la musica e il canto sono “un elemento necessario ed integrante”, quasi indispensabile; il canto, soprattutto, non ha un compito “riempitivo” o “decorativo, solo per creare il clima o l’atmosfera, o per “imbellettare” un rito: si canta per celebrare, per portare fuori di sé e per far conoscere agli altri quello che Dio fa per il bene dell’uomo.

La liturgia è un evento che coinvolge la totalità della persona e che ha delle ripercussioni anche a livello emotivo, suscita entusiasmo che è frutto di una fede consapevole e matura. L’uomo che canta è una creatura di Dio, è un credente che collabora con Dio, è lui stesso che cerca di diventare canto, alleluia quotidiano, espressione viva di lode e di adorazione al Dio che salva. Il cristiano canta con la vita, il cristiano canta perché Cristo continua a cantare in lui e perché con il suo canto egli continua il canto di Cristo e il canto dell’umanità liberata dalla paura di donarsi.

Il canto ha la funzione di prolungare i temi della rivelazione, ossia di rendere onore all’azione di Dio che si incarna nell’azione dell’uomo-servo fedele, dell’uomo-figlio di Dio come Gesù di Nazareth; ha la funzione di rendere onore anche alla sua grandezza e alla potenza con cui nella morte e risurrezione di Cristo ha superato il principe di questo mondo. Cantare è ripercorrere la storia della salvezza per diventare contemporanei dei fatti evocati.

Il canto svolge una funzione profetica e pasquale: spesso, invece, i nostri canti raccontano noi stessi, i nostri problemi, le nostre attese, i nostri drammi, i nostri gusti, le nostre esigenze etc., ma non raccontano Dio, il suo mistero e la sua presenza che si svela e si dona. Nella liturgia si canta e si racconta prima di tutto la vita e le opere di Dio, è attraverso di essa che Dio continua ad essere Redentore e Salvatore.
I canti assolvono a questa funzione fondamentale: cantare l’azione e le opere di Dio; e poiché la liturgia è celebrazione di Dio, bisogna scegliere quei canti in cui è Dio che si celebra e si racconta.

Il canto liturgico per eccellenza è quello che “mette insieme” Parola di Dio e musica ‘santa’; per comporre canti liturgici e per sapere che cosa cantare nella liturgia non si può disertare la “scuola del canto gregoriano: esso rimane un modello di canto profetico e pasquale, un modello di sintesi fra l’ispirazione biblica del testo, le singole parole, i loro contenuti e significati, la loro sonorità, l’ispirazione musicale e l’evento che si celebra. Soprattutto non si può non attingere alla “scuola” della Sacra Scrittura nella quale molti testi sono veri e propri canti liturgici, essa è come una sorgente di acqua che disseta, come un cibo capace di nutrire la propria formazione, la propria vita e la propria liturgia. Per cantare nella liturgia il popolo di Dio ha bisogno non di parole qualsiasi, ma parole umane santificate e vivificate dal respiro di Dio.

Per celebrare la santità, la bontà e l’amore di Dio non si può utilizzare qualcosa che dal punto di vista umano e artistico sia inaccettabile. Nella liturgia non si può cantare qualsiasi cosa, bisogna prestare attenzione anche a ciò che esprime il canto e a quello che si vuole esprimere attraverso di esso: musica e canto non sono fine a se stessi. Hanno lo scopo di esprimere la partecipazione a ciò che si celebra, servono ad entrare nel mistero celebrato e a starci con sentimenti di lode e di adorazione o comunque in sintonia con l’azione che si svolge.

Cantare è un’azione al servizio dello Spirito e di cui lo Spirito si serve per l’edificazione della comunità ecclesiale e per la sua manifestazione. Si canta perché lo Spirito ci fa cantare, come Maria, di fronte all’opera di Dio, che è la Chiesa, perché quest’opera si realizzi pienamente o si rinnovi. Cantare serve a portare a compimento l’opera di Dio che si sta celebrando e che è la comunione delle persone in Cristo e tra di loro: cantare è un’azione unificante: il canto è un’azione simbolica e spirituale che esprime e favorisce la comunione delle persone che cantano; di conseguenza non cantare significa non favorire l’azione dello Spirito.

Il Concilio non si è limitato a dire che nella liturgia si canta e che si deve cantare insieme: “Non c’è niente di più bello e di più solenne di un’assemblea, in cui tutti insieme si esprime nel canto la propria fede e la propria lode” (M.S. 16). Bisogna fare i conti con il soggetto umano principale dell’azione liturgica che è il popolo di Dio.

Si dice comunemente “si canta per la gloria di Dio”, ciò deve significare che bisogna offrire il proprio canto affinché l’opera di salvezza che Dio compie attraverso l’azione liturgica possa avere successo; significa cantare perché Dio “scenda” e rinnovi il mistero della incarnazione nel cuore dell’assemblea e di ogni credente, facendone “un tempio santo nel Signore, un’abitazione di Dio nello Spirito, fino a raggiungere la pienezza di Cristo” (SC 2).

In ogni celebrazione liturgica il canto e la musica assolvono a tre funzioni principali:

1) profetico – pasquale: sostenere e rafforzare la proclamazione del Vangelo e la sua attualizzazione sacramentale;
2) ecclesiale: dare un’espressione più completa possibile alla confessione di fede, alla supplica e al rendimento di grazie;
3) rituale: valorizzare il rito sacramentale sia dal punto di vista della parola, sia dal punto di vista del gesto.

È quindi tutta la comunità cristiana dei battezzati in Cristo e confermati nello Spirito, che celebra la liturgia; comunità cristiana o assemblea liturgica ove tutti, celebrante e ministri vari compresi, celebrano un’unica e comunitaria liturgia: tutti fanno parte di un’unica assemblea, tutti celebrano in modo consapevole, attivo, fruttuoso e ciascuno con un proprio ruolo.

C’è chi presiede e guida la celebrazione facendo sentire ai fedeli la presenza viva di Cristo, egli agisce “in persona Christi” ed “in persona Ecclesiae”, è come fratello tra i fratelli, c’è chi si pone al servizio della Parola, c’è chi espleta un servizio all’altare, c’è chi offre il servizio dell’accoglienza, c’è chi cura il luogo e l’ambiente dove si svolge il rito, c’è chi anima l’assemblea, c’è un coro o gruppo di canto che arricchisce, sostiene ed incoraggia il canto di tutti, c’è il salmista, il solista cantore, ci sono gli strumentisti, c’è il tecnico che si occupa dell’amplificazione e delle luci, c’è un cerimoniere che coordina i vari gesti liturgici, c’è un sagrista che prepara tutto l’occorrente per la celebrazione, c’è chi raccoglie le offerte del popolo di Dio, c’è l’assemblea che prega, canta, ascolta, rende grazie, fa memoria, vive la celebrazione con vari gesti (adorazione, segno della pace, segno di croce, etc.), offre, si arricchisce ed interiorizza, etc.

Note Pratiche
Si prenda spunto dal “Repertorio Liturgico Nazionale”, si consideri gran parte del repertorio in uso nelle nostre Comunità, si attinga al patrimonio musicale composto esclusivamente per la nostra Diocesi da Mons. Giuseppe Liberto, Maestro di Cappella della Cattedrale di Monreale e chiamato a Roma per guidare il Coro della Cappella Musicale Pontificia (Cappella Sistina), repertorio ormai diffuso su tutto il territorio nazionale e che ci ha sempre posto all’avanguardia su quelli che sono i dettami del Concilio Vaticano II, si lavori soprattutto per incoraggiare il popolo santo di Dio ad una partecipazione sempre più attiva e comunitaria e ad una consapevole presa di coscienza sull’importanza e sul ruolo di servizio cui è chiamato ad assolvere il canto liturgico.

I canti si scelgano in base all’uso richiesto dalla stessa Celebrazione Eucaristica e dai vari tempi scanditi dall’anno liturgico.

Canti per “l’inizio di una celebrazione, che favoriscano l’unione dei fedeli riuniti, che introducono il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività ed accompagnano la processione del sacerdote e dei ministri” (IGMR, 25). Se il canto d’ingresso è scelto tenendo conto del mistero che si celebra, in armonia con il messaggio biblico del giorno, considerato il tema della celebrazione, può risultare molto efficace per preparare il clima della festa e aprire i cuori al dono di Dio.

Canti che accompagnano la presentazione delle offerte. Anche se nelle nostre comunità è in uso un canto d’offertorio che “riempie” tutto lo spazio che va dalla processione offertoriale alla preghiera sulle offerte, è da tenere presente che si tratta di un “rito di passaggio” e con carattere “funzionale” e che quindi si può lasciare trascorrere nel silenzio, o con il sottofondo di un brano strumentale, o con un canto eseguito dal solo coro, o con un canto “assemblea/coro” limitato alla sola processione dei doni.

Canti che “favoriscono il movimento processionale dei fedeli che si accostano all’Eucaristia”. Il canto di Comunione, secondo un’antica tradizione liturgica, dovrebbe riprendere il messaggio proposto nel vangelo, finalizzato ad esprimere il concetto dell’offerta in cibo dello stesso Cristo “nel segno della parola e del pane”. Può essere eseguito un corale o un salmo (o canto adatto) alternato tra coro, solista e assemblea; si può prevedere un interludio strumentale tra una strofa e l’altra (soprattutto se l’assemblea è numerosa) al fine di favorire un maggiore raccoglimento. Può essere previsto, in occasioni particolari e non abitualmente, un canto di ringraziamento che esprima la lode e l’azione di grazie corali per il dono ricevuto; esso può ispirarsi anche al tema dell’Eucaristia o della festa celebrata.

Non necessariamente sono da prevedere dei canti particolari per la conclusione, dopo il congedo dell’assemblea, perché è questo un momento che può essere impegnato da un brano strumentale che chiude la celebrazione del rito ma apre quella “alla vita e all’impegno missionario”. Tuttavia, essendo esso in uso e laddove può essere utile ed opportuno, si può scegliere un breve canto che accompagni l’uscita dei ministri verso la sagrestia.

Nella scelta dei canti o dei repertori bisogna in ogni caso esercitare un “saggio ed illuminato” discernimento, tenendo conto non solo del valore “effettivo” o “affettivo” del brano ma anche e soprattutto della diversità di destinazione, e di situazioni. Bisogna fare anche una opportuna distinzione tra “musica religiosa” e “musica liturgica”, tra musica o canti che si eseguono durante un incontro o veglia di preghiera, una riunione giovanile, un momento di riflessione, in tutti quei casi che non comportano un’azione liturgica vera e propria, e canti che, eseguiti durante una celebrazione, vanno “armonizzati” con i momenti dell’azione liturgica e devono essere in sintonia con il significato e le finalità di essi.

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