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Il mandorlo fiorito – Spunti per riflettere

LA VITA CRISTIANA COME PROFEZIA

Appassionati del modo in cui il loro Signore ha vissuto la sua umanità, i cristiani sanno che ogni persona è un piccolo mondo; più grande, però, dell’universo intero. Un microcosmo che contiene in sé il macrocosmo. Per questo, per loro la vita è autentica quando è improntata alla ricerca della giustizia, che consente a ciascuno di avere quanto gli spetta e gli è necessario per vivere in modo dignitoso. Ma la giustizia è reale per tutti, solo quando viene offerto il “sovrappiù” di una carità gratuita. Affamati e assetati di giustizia, i cristiani si sforzano perciò di immettere nelle relazioni personali e nella società il profumo di questo “sovrappiù” di dono ed amore. Seguaci del Fedele, i cristiani non possono concepire, allo stesso modo, che venga ritirata o peggio tradita la parola data. Un tempo, le promesse fatte impegnavano chi le faceva e creavano un legame tra chi prometteva e chi riceveva la promessa. Oggi, può succedere spesso che la parola data sia smentita e non rispettata, creando così un clima di sfiducia reciproca e un allentamento dei legami. Per un cristiano, con i legami ne va dell’identità di ognuno. Non mentire, dunque, e rispettare gli impegni assunti e le promesse fatte non significa soltanto onorare in modo volontaristico una legge esterna: vuol dire, invece, salvaguardare le relazioni e, perciò, la propria umanità. Tra le molteplici sfaccettature che può assumere la vita cristiana non si può non accennare, infine, alla misericordia e al perdono. Cristo ha perdonato: non solo nel tempo in cui ha calpestato le strade della
Palestina; ma anche dalla croce, nel momento in cui il male altrui lo stava divorando. Anche da lì, quando mani e piedi erano legati e quando non rimaneva che un labile alito di vita, ha saputo dire: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). La vita cristiana è, perciò, vita di misericordia e di perdono. È vita che offre una nuova possibilità di vita, laddove ogni opportunità pare irrimediabilmente compromessa. Perché perdonare significa concedere all’altro di rinascere un’altra volta. Laddove sembrerebbe che una relazione è inesorabilmente interrotta, che un rapporto è finito, che ciò che è stato è definitivamente sotterrato, il perdono si offre come capacità di vita nuova.
Per tutti questi e per altri motivi analoghi, la vita cristiana rappresenta, nel mondo e al cuore di tutte le società umane, una profezia. Perché fa intravvedere un modo inedito di interpretare la vita e le relazioni personali. Perché è di stimolo a che la logica inveterata dell’egoismo umano e quella espressa dall’antico adagio «mors tua, vita mea», non si elevi a sistema.
Per dirla con il vangelo, quella cristiana è, in definitiva, una vita totalmente immersa nel mondo; senza essere, però, del mondo (cf Gv 13,11;16). Avendo la sua origine nel Dio, Padre di Gesù Cristo, l’esistenza cristiana dovrebbe manifestare la bellezza dell’umano quando questo è più strettamente congiunto al divino. Laddove è vissuta, nell’apertura a Cristo, con intensità e creatività, dovrebbe suscitare in chi, in qualche modo la incrocia, l’esclamazione del commediografo greco Menandro: «Che bella cosa è l’uomo, quando è veramente uomo». Perché quella cristiana non vuole essere che questo: una vita autenticamente umana.
Lo sapevano molto bene già i cristiani dei primi secoli, se uno di essi poteva descriverla nei termini seguenti, così delicati e avvincenti. Dice, infatti, la Lettera a Diogneto: «I cristiani non si distinguono dagli altri
uomini né per territorio, né per lingua, né per modo di vestire. Non abitano, in un qualche luogo, città proprie, né si servono di qualche dialetto strano, né praticano un genere di vita particolare». Ma, poi, lo stesso autore di questa lettera antica sente di dover fare una aggiunta, perché venga segnalata la differenza cristiana: «Si sposano come tutti e generano figli, ma non abbandonano la loro prole. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Si trovano nella carne, ma non vivono secondo la carne. Passano la vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, eppure con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, eppure da tutti sono perseguitati. Non sono conosciuti, eppure sono condannati; sono messi a morte eppure ricevono la vita».

Roberto Repole, La Vita Cristiana, San Paolo

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